Alor Island Indonesia Kalabahi Roads For Two

Alor Island, l’Indonesia della bellezza

Al Mali Airport di Kalabahi atterrano e decollano, ovviamente, solo voli nazionali. Per la precisione atterrano e decollano solo voli da e per Kupang. Il motivo è semplice: l’aeroporto è in pratica una sorta di casupola con una mini torre di controllo, una striscia di asfalto sopra la quale sembra davvero impossibile far partire o atterrare degli aeroplani, che infatti sono tutti quanti “ad elica”. Fatevi un giro su Google immagini e capirete di cosa stiamo parlando.  Atterrare al Mali Airport può lasciarti a bocca anche per un altro motivo: dall’aeroplano si può ammirare il mare praticamente trasparente, con i delfini che saltano a 20 metri sotto la carlinga e con le montagne che si stagliano verso il cielo, vertiginosamente alte e verdi. C’è anche un video su Youtube che mostra l’atterraggio al Mali Airport, lo trovate qua. Sembra un altro pianeta, specialmente dopo aver passato gli ultimi dieci giorni nella polverosa e arida isola di Timor. Era senza alcun rimpianto che stavamo per mettere piede per la prima volta ad Alor Island, l’Indonesia della bellezza.

Kalabahi

L’isola di Alor è grande. Molto grande. È difficile riuscire a muoversi con i mezzi pubblici (ovvero gli onnipresenti “Bemo”, cugini dei “Mikrolet” timoresi), l’unico modo per arrivare a Kalabahi dall’aeroporto è in taxi, che costa circa 100.000 Rp. Solamente percorrere quei 30 minuti in auto ci ha lasciato letteralmente a bocca aperta. La strada per Kalabahi offre uno spettacolo da mozzare il fiato, l’isola sembra davvero qualcosa che si vede solo nelle cartoline, acqua turchese, bambini che giocano a palla per le strade, palme ovunque, sabbi bianca. Insomma, ad ogni minuto aumentava la convinzione di aver fatto la scelta giusta a lasciare Kupang.

Alor Island Indonesia Kalabahi Roads For Two

Jeroen ci aspettava al “Cantik Homestay”, nel centro di Kalabahi. Un posto davvero carino, intimo, gestito da una famiglia davvero a modo, accogliente e gentile. La cucina del Cantik offre, secondo la Lonely Planet, il miglior pesce di tutta l’isola. Ed è vero.

Le strade di Kalabahi sono abbastanza pulite per essere in Indonesia, le persone sembrano tenere di più al posto in cui vivono rispetto alla caotica Kupang. C’è meno polvere e, incredibile ma vero, non ci sono coccodrilli sulla spiaggia! Da queste parti raramente passano stranieri, soprattutto con i capelli d’oro di Eeppis, vi lasciamo quindi immaginare le reazioni della popolazione locale al nostro passaggio. Molti bambini non credono ai loro occhi e vogliono toccarci, per capire se siamo veri oppure no. A noi va bene così, è divertente essere al centro dell’attenzione. Jeroen conferma che anche a Pura si respira la stessa aria, ma essendo ancora più remota la gente deve abituarsi di più a lui, e quindi in quel momento la sua ricerca si limitava al “farsi accettare” dalle persone e aspettare di conquistare la loro fiducia. Insomma, sembrava di stare davvero su un altro pianeta.

Quello stesso giorno abbiamo conosciuto Mila, insegnante di inglese presso le scuole superiori di Kalabahi. Passeggiavamo tranquillamente lungo la strada quando Mila ci ha fermato spiegandoci che è raro trovare stranieri ad Alor, che le sarebbe piaciuto fare due chiacchiere con noi per esercitare il suo inglese e, perchè no, farci visitare un po’ l’isola. Non sapevamo ancora che ci attendevano alcune delle giornate più belle della nostra vita.

Il giorno successivo, in sella ad uno scassatissimo scooter, Mila e suo fratello ci hanno guidato alla scoperta dell’isola, che offre davvero tantissime sfumature di bellezza. Su, in cima alle montagne nell’entroterra, è possibile visitare villaggi remoti con abitazioni fatte di bambù e paglia, in cui la gente ancora vive orgogliosamente come 1000 anni fa. Montagne da cui è possibile ammirare dei panorami di una bellezza tale da lasciare senza fiato. Montagne davvero difficili, ma non impossibili, da affrontare su uno scooter privo di freno posteriore.

La sera c’era Jeroen ad aspettarci, per cenare insieme al Cantik, bere una birra, fare due chiacchiere, scherzare, ridere, condividere tra di noi l’esperienza di un viaggio che, giorno dopo giorno, diventava sempre più interessante.
Per qualche tempo la nostra vita è stata questa, con la bocca aperta per lo stupore che provavamo dopo ogni curva fatta con lo scooter, dopo ogni spiaggia visitata, dopo ogni incontro che facevamo. È davvero difficile provare a descrivere certe esperienze senza cadere nel banale e senza fare retorica. Abbiamo trovato davvero tanta bellezza in tutto quello che abbiamo sperimentato. Non ci riferiamo solamente alla bellezza scenografica dei paesaggi e della natura che ci circondava, ma anche (soprattutto) alla bellezza e al calore che abbiamo ricevuto dagli aloresi, popolo pacifico, orgoglioso a ragione della terra in cui vive, che non ha paura di dimostrare interesse verso il nuovo. Vivere per un po’ insieme a loro era quello di cui avevamo bisogno.

Si dice che la vita da turista, da “viaggiatori seriali” nel nostro caso, offra un punto di vista distorto della realtà. Troppo facile sperimentare solo e cose belle che il luogo offre. Troppo facile passare una settimana a vedere spiagge da sogno. Beh, così non è stato per noi. Mentre mangiavamo pesce su una spiaggia cristallina ancora non sapevamo che, a breve, avremmo fatto tappa in un luogo quantomeno inaspettato. Ancora non immaginavamo la nostra destinazione successiva.

L’ospedale pubblico di Kalabahi

Questa non ce la aspettavamo proprio. Neanche voi, vero? Beh, diciamo solo che, quando la temperatura di Eeppis ha toccato quota 40,5 °C nel bel mezzo di una tranquilla domenica mattina, ci è sembrata l’unica destinazione possibile. L’ospedale era in linea con tutto il resto. L’aspetto di Kalabahi è qualcosa di più vicino ad un capannone abbandonato che ad un ospedale vero e proprio. I medici e gli infermieri parlano un inglese piuttosto raffazzonato, che non sempre è compatibile con lo spiegare a due “bule” cosa diavolo sta succedendo. Fortunatamente per noi Jeroen parla un ottimo inglese ed un ottimo indonesiano. Vi avevamo detto la volta scorsa di non dimenticarvi il suo nome. Abbiamo cominciato a considerarlo anche noi, da quel momento, un essere mitologico. Senza il suo aiuto ogni tentativo di comunicare con i medici sarebbe stato probabilmente vano.

Per farla breve, le analisi relative alla malaria e soprattutto alla febbre dengue hanno dato esito negativo, il che ci ha fatto tirare più di un sospiro di sollievo. Il responso: febbre tifoide. Tifo, per gli amici. Probabilmente dovuto al cibo mangiato, facendo due rapidi calcoli, a Bali. Antibiotici e soluzioni saline via flebo. Tanti giorni passati nella stanza VIP infestata dai pipistrelli. Giorni fatti di preoccupazioni, notti insonni passate su sedie di plastica. Jeroen faceva spola tra Pura Island e l’ospedale, per aiutarci e per fare compagnia ad Imppu, che raramente vedeva la luce del sole.
I gestori del Cantik si sono autoproclamati nostri genitori pro tempore, facendoci compagnia, portando litri di caffè e accompagnando Imppu a sbrigare tutta la burocrazia necessaria. Il che ha aiutato parecchio se pensate che, ad esempio, le medicine non erano disponibili nel reparto: Imppu doveva partire almeno 3 volte al giorno in direzione della farmacia con un foglietto scritto a mano, contenente le medicine da comprare. La farmacia a quel punto faceva un complicatissimo calcolo della spesa da pagare e scriveva la cifra su un altro foglietto. Con quel foglietto occorreva recarsi in banca e pagare allo sportello la somma indicata, tornando poi con la ricevuta in farmacia che, con la dovuta calma, raccoglieva tutti i medicinali necessari in un sacchettino. A quel punto, con la busta piena di antibiotici, flebo, siringhe e guanti sterili, si correva dal medico, sperando di non aver dimenticato nulla per strada.

Magicamente Eeppis ha cominciato a stare bene. Niente più febbre, solo debolezza. Le dimissioni erano vicine. I segnali positivi arrivavano sia da Eeppis e dai suoi “mi sento bene” sia dall’atteggiamento dello staff dell’ospedale, sempre meno preoccupato e rilassato. La foto qua sotto può spiegarvi meglio la situazione generale.

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E finalmente… Eravamo fuori. Un sogno che si avverava. Avremmo potuto finalmente tornare in sella al nostro scooter senza freno posteriore e continuare ad esplorare quest’isola da sogno. Giusto il tempo di farsi una doccia, consumare un’ottima cena al Cantik, coricarsi a letto e…. rendersi conto che la temperatura di Eeppis era circa 40 °C. I nostri genitori adottivi, preoccupati quanto noi, ci hanno detto solo una parola: Kupang”. Dieci minuti dopo avevamo comprato due biglietti aerei per tornare a Timor, diretti al Siloam Hospital, la clinica più grande (ed internazionale) nel raggio di 400 Km.

Kupang, secondo round

Al Siloam Hospital siamo stati accolti da un’equipe medica all’avanguardia che, dopo aver controllato accuratamente l’assicurazione medica di Eeppis, ha cominciato ad indagare sulle cause della febbre. Dopo poche ore la diagnosi era certa. Chiara. Inoppugnabile. In chiaro contrasto con quello che ci era stato detto a Kalabahi. Si trattava di febbre emorragica dengue, senza ombra di dubbio. Lo spauracchio di ogni viaggiatore. Abbiamo passato ore di terrore, senza sapere che, tutto sommato, non è poi così grave come normalmente si pensa in Europa. Non solo non è mortale, ma si guarisce abbastanza facilmente (sempre che si corra velocemente in ospedale) e si può continuare a viaggiare senza troppi problemi. Usando un repellente antizanzare migliore, ovviamente.

Abbiamo passato altri 5 giorni in ospedale a Kupang, in una stanza VIP che questa volta aveva anche un divano per gli ospiti. Jeroen, che nel frattempo era dovuto tornare in città per sbrigare alcune pratiche all’ufficio immigrazione, è passato a trovarci molte volte. Soggiornava ovviamente al Lavalon, così anche Edwin è venuto a sapere del nostro ritorno ed è venuto a trovarci con un carico di arance locali, come nella migliore delle tradizioni. Al termine delle cure non c’era davvero più nessun dubbio sulla causa della febbre ed eravamo sempre più convinti di aver fatto la scelta migliore a tornare a Kupang.

Dopo essere stati dimessi siamo tornati al Lavalon per un paio di giorni. Eravamo a pezzi ed avevamo bisogno di vedere facce amiche, di respirare “aria di casa”.

Abbiamo salutato Jeroen, che è tornato alla sua ricerca a Pura. Siamo ancora in contatto e speriamo di rivederlo presto, in Europa o beh… da qualche parte.

Edwin ci ha coccolato a suon di banana pancakes, caffè timorese ed aneddoti divertenti sulla sua vita avventurosa (e sulla sua filmografia). La sua visita in ospedale ci ha fatto capire che la simpatia era evidentemente reciproca e ci ha anche fatto un po’ commuovere. Molti ostelli in cui abbiamo passato la notte hanno come motto “La tua casa lontano da casa”. La nostra sensazione, nel caso del Lavalon, è stata proprio questa.

Andreas, il ragazzo svizzero che avevamo lasciato a Kupang in attesa di poter ripartire, era invece disperso da qualche parte in mezzo al mare. La sua bici giaceva ancora dentro la stiva di una nave ferma al porto di Kupang e la situazione del suo visto indonesiano era ancora la stessa. L’ambasciatore di Timor Est non aveva intenzione di intercedere per lui. Andreas ha così deciso di affittare una piccola barca a vela ed aspettare non si da bene cosa da solo, in mezzo al mare. Per quanto ne sappiamo è ancora lì, da qualche parte in mezzo all’Oceano Indiano, a galleggiare, a sperare in qualcosa che forse non succederà mai, tra giorni che si trascinano lenti, come se fossero immersi nella melassa. Chissà se Andreas riuscirà a pedalare in Australia. Noi facciamo il tifo per lui.

Anche Ian è passato di nuovo al Lavalon. Ci siamo salutati con calore, ma qualcosa non andava. Non aveva ancora toccato il nasi goreng e la Bintang da 66 cl che aveva ordinato un’ora prima. Improvvisamente, senza nessun tipo di vergogna o di imbarazzo, si è messo a piangere. Silenziosamente. Eravamo di fronte a lui, a guardare tutte quelle lacrime che cadevano tra il riso, senza sapere bene cosa dire. D’altronde ce lo aveva detto la volta precedente. È orgoglioso di quello che fa, e non tornerebbe mai indietro, ma non è sempre facile. Non ne abbiamo più parlato, non sappiamo cosa sia successo. Uno dei luoghi comuni più diffusi recita che per apprezzare le cose belle bisogna passare sempre attraverso le cose brutte, ma ciò non vuol dire che non sia vero.

Così è stato per noi. Non ci auguriamo ovviamente di dover passare altri 10 giorni in una stanza di ospedale ma in qualche modo questa esperienza ha avuto un valore. Anche questa, a suo modo, fa parte della bellezza che abbiamo incontrato in Indonesia.


 Ihmeellisen kaunis Alor

Malin lentokentälle Kalabahiin laskeutuu vain kotimaan lentoja. Tarkemmin sanottuna sinne laskeutuu vain lentoja Kupangista. Syy tähän löytyy itse kentästä: se on vain pieni asfalttisuikale meren rannalla. Kurkistamalla Googlen kuvahakuun saatte kentästä hieman tarkemman kuvan. Jos jo itse kenttä saa suun avautumaan hämmästyksestä niin sen tekevät myös kristallin kirkas meri ja laskeutuvan lentokoneen alapuolella hyppivät delfiinit. Lentokone laskeutuu kapealle rannalle ja edessä kohoavat vehreät kukkulat. Youtubesta löytyy video lentokoneen laskeutumisesta Malin lentokentälle. Sen voi nähdä täältä. Tästä laskeutumisesta alkoi meidän matkamme uskomattoman kauniiseen maailmaan ja hyvin toisenlaiseen Indonesiaan.

Kalabahi

Alorin saari on suuri. Todelle suuri. Julkinen liikenne (eli ne pienet “bemo”-bussit) ovat harvassa ja matka lentokentältä Kalabahiin taittuu ainoastaan taksilla. Kyyti maksaa noin 100 000 rupiaa eli kirjaimellisesti ei mitään. Kolmenkymmen minuutin matka mykistää meidät uudestaan. Saari vaikuttaa olevan kuin suoraan postikortista. Palmuja, iloisia leikkivät lapsia, valkoisessa hiekassa kylpevät tyhjät rannat, turkoosi vesi. Joka hetki tunteemme oikeasta matkakohteesta vahvistuu.

Jeroen odottaa meitä Cantik Homestayssä Kalabahin keskustassa. Intiimi ja kaunis kotimajoitus sisältää saaren parhaat kala-ateriat ja ystävällisen perheen. Kalabahin kadut ovat puhtaita Indonesian strandardeilla ja kaupungin (kylän) asukkaat vaikuttavat vilpittömän ylpeiltä omasta saarestaan. Tuntuu hyvältä, että jätimme Kupangin kaaoksen ja krokotiilit taaksemme. Näille kulmille eksyy vain harvoin ulkomaalaisia ja etenkään sellaisia, joilla on Eeppiksen vaaleat hiukset ja voitte vain kuvitella paikallisten reaktion. Lapset eivät voi uskoa silmiään ja tahtovat koskea meitä kokeillakseen olemmeko oikeita ihmisiä. Jeroen kertoo että myös Puran saarella tilanne on sama ja hänen tutkimuksensa jumittaa vielä alkuvaiheessa, sillä paikalliset ovat liian hämmästyneitä Jeronin ulkoisesta olemuksesta.

Samana päivänä tutustumme Milaan, paikalliseen englanninopettajaan. Mila pysäyttää meidät kesken iltakävelymme ja kysyy voisimmeko jutella hänen kanssaan. Mila kertoo, että ulkomaalaisia tapaa Alorilla niin harvoin, että aina kun hän näkee turistin hän yrittää jutella heidän kanssaan treenatakseen englantiaan. Huomaamme, että juttu sujuu ja pian Mila jo ehdottaa treffejä seuraavaksi päiväksi. Hänestä olisi hienoa esitellä meille kotisaartaan. Tässä vaiheessa emme vielä tienneet, että meitä odottivat yhdet elämämme kauneimmista päivistä.

Seuraavana päivänä hyppäämme rämän skootterin selkään ja lähdemme kiertämään saarta Milan ja hänen veljensä kanssa. Vuorilla sisämaassa vierailemme perinteisissä kylissä, joissa talot, vaatteet ja elämän tyyli on edelleen samat kuin tuhat vuotta sitten. Vuorilta voi ihailla kauniita maisemia ja kuunnella kaukaa kantautuvaa lego lego– tanssin musiikkia. Vuorille pääseminen ja erityisesti laskeutuminen on hieman hankalaa skootterilla jonka takajarru ei toimi, mutta ei kuitenkaan mahdotonta.

Iltaisin Jeroen odottaa meitä Cantikilla. Syömme herkullisen illallisen, rupattelemme, vitsailemme, nauramme ja jaamme päivän seikkailut.

Muutamien päivien ajan elämme on tätä. Suu auki ihmetellen tutustumme saaren monipuoliseen kauneuteen. Jokainen mutka, jokainen koralliriutta, jokainen kohtaaminen saaren asukkaiden kanssa saa meidät rakastumaan entistä enemmän. Jokainen asia Alorilla on kaunista. Kauneus ei koske ainoastaan maisemia ja luontoa vaan aivan erityisesti alorilaisia. He ovat rauhaa rakastava kansa, joka on syystä ylpeä saarestaan ja joka ottaa avosylin vierailijan osaksi omaa arkeaan.

Mutta käärme oli luikahtanut paratiisiin. Meidän huokaillessa ihastuksesta ja nauttiessamme juuri pyydystettyä kalaa unelmarannalla emme osanneet edes kuvitella matkamme seuraavaa kohdetta.

Kalabahin sairaala

Tätä ette osanneet odottaa tekään, vai mitä? Kun Eeppiksen lämpö kohosi 40,5 asteeseen rauhallisena sunnuntaiaamuna kyseinen sairaala tuntui ainoalta hyvältä kohteelta. Sairaala kyllä näytti ainoastaan hassulta, hylätyltä rakennukselta kylän laidalla. Henkilökunta puhui hyvin vähän englantia ja se vähä ei riittänyt selittämään kahdelle “bulelle” (vaaleaihoiselle) mitä oli tapahtumassa. Onneksi Jeroen oli taas messissä ja tulkkasi testien tulokset. Lääkärit vakuuttivat, että malaria- ja denguetestien tulokset olivat negatiiviset, joten saimme huokaista helpotuksesta. Diagnoosi: lavantauti, saatu todennäköisesti jostain ateriasta Balilta. Antibiootteja suonensisäisesti ja lepoa. Seuraavat päivät saimme siis nauttia sairaalan VIP-huoneesta lepakoineen ja haisevine viemäreineen. Jeroen veneili päivittäin Puran ja Alorin väliä ja tulkkasi päivän uutiset. Cantikin omistajat heittäytyivät viideksi päiväksi vanhemmiksemme. He kantoivat ruokaa, toivat aamuisin kuuman kupin kahvia Impulle ja auttoivat käytännön asioissa kuten lääkkeiden hankkimisessa. Sairaalassa kun ei ollut mitään välineitä. Jos lääkäri tarvitsi vaikka ruiskun tai särkylääkettä Eeppikselle hän kirjoitti sen pienille paperille, jonka Imppu kiikutti apteekkiin. Apteekissa apteekkari kirjoitti sitten toiselle lapulle tuotteiden yhteishinnan ja tämän lapun kanssa Imppu kipitti pankkiin ja maksoi summan. Pankki kirjoitti todistuksen maksusuorituksesta ja sen kanssa Imppu käveli apteekkiin noutamaan lääkkeet tai muut tuotteet ja vei ne sitten sairaalaan ja toivoi, että lääkäri ei määräisi muuta ostettavaa iltapäiväksi.

Vaikka olosuhteet olivat hieman kyseenalaiset Eeppis alkoi voimaan paremmin, kuten voitte henkilökunnan kanssa otetusta ryhmäpotretista huomata. Ja niin lopulta olimme taas valmiita seikkailuun ja jatkamaan tähän ihmeelliseen saareen tutustumista takajarruttoman skootterimme selässä. Mutta… olimme juuri ehtineet käydä suihkussa ja nauttia herkullisen illallisen Cantikin keittiössä kun Eeppiksen lämpötila nousi taas neljäänkymmeneen. Väliaikaiset vanhemmat, yhtä huolestuneita kuin me, saivat sanottua vain yhden sanan: Kupang. Kymmenessä minuutissa Imppu osti seuraavalle aamulle lentoliput Timorin saarelle, jossa sijaitsee ainut kansainväliset tasot täyttävä sairaala neljänsadan kilometrin säteellä.

Taas Kupangissa

Silomin sairaalassa meitä oli vastassa tehokas ja osaava tiimi. Tarkastettuaan, että Eeppiksen matkavakuutus oli voimassa he jo kärräsivät meidät tällä kertaa ihan oikeaan VIP-huoneeseen. Diagnoosi oli selkeä. Kalabahilla henkilökunta oli bongannut verikokeista vaan lavantaudin, mutta onnekas Eeppis oli kaikesta päätellen iskenyt kaksi kärpästä yhdellä iskulla ja napannut myös denguen. Pelätty dengue-kuume, joka oli kaiken lisäksi kehittynyt verenvuotokuumeeksi. Jokaisen matkaajaan painajainen.

Vietimme viisi päivää Silomin sairaalassa. Opimme, että dengueen ei kuole, vaikka niin Euroopassa uskomme ja se on helposti hoidettavissa, jos sairaalahoitoon pääsee nopeasti. Jeroenkin sattui olemaan konferenssissa Kupangissa, joten saimme viettää pari rentoa iltapäivää yhdessä VIP-huoneen pehmeillä sohvilla. Jeroen majoittui tietysti Lavalonissa ja siten hostellin omistaja Edwin sai kuulla saapumisestamme kaupunkiin. Ja niin yhtenä iltana Edwin marssi sairaalan sisälle ja toi meille ison kassillisen juuri poimittuja appelsiineja. Asiat alkoivat näyttää valoisammilta.

Ja pian olimmekin jo taas Lavalonilla. Edwin hemmotteli meitä banaaniletuillaan, timorilaisella kahvilla ja hauskoilla tarinoillaan. Monet hostellit mainostavat itseään sanoilla “Your home away from home”, mutta Lavalonissa sen jopa pystyy tuntemaan. Hyvästelimme Jeroenin, joka palasi paikallisten ihmeteltäväksi Puran saarelle. Andreas, se sveitsiläinen poika joka odotti laivaa Australiaan sen sijaan oli meidän Alorilla olon aikana kadonnut. Adreaksen pyörä oli edelleen Kupangin satamassa, mutta Andreas, joka oli saanut tarpeekseen kaikesta, oli päättänyt purjehtia itse Australiaan. Meidän tietojemme mukaan hän on edelleen jossain keskellä Intian valtamerta ja toivomme, että hän saavuttaa pian kauan haaveilemansa Australian rantaviivan.

Tapasimme myös Ianin Lavalonilla. Tervehdimme toisiamme lämmöllä, mutta huomasimme, että jokin oli pielessä. Ian ei ollut koskenutkaan nasi gorengiinsa ja Bintang– pullo oli ehtinyt lämmetä pöydällä. Ja yhtäkkiä, ilman minkäänlaista häpeää, Ian purskahti itkuun. Me seisoimme pöydän toisella puolella ja katsoimme kuinka kyyneleet valuivat riisiiin. Emme saaneet koskaan kuulla, mitä Ian oli kokenut ja nähnyt, mutta sen viimeisen iltamme Kupangissa vietimme hänen kanssaan. Ja vaikka kuinka kliseistä se onkin niin näiden hieman synkempien päivien jälkeen arvostimme entistä enemmän matkaamme Indonesiassa.

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